Le sfide che oggi attraversano il comparto automotive non possono essere lette soltanto attraverso grafici di mercato o tecnicismi normativi. Esiste una dimensione più profonda, che appartiene alla vita delle officine e delle fabbriche, fatta di competenze tramandate, di innovazione quotidiana e di una cultura del lavoro che rappresenta uno dei motori più solidi dell’economia italiana ed europea.
Per chi vive l’impresa con responsabilità, l’automotive non è un semplice settore merceologico. È una colonna portante della manifattura europea, oggi esposta a una trasformazione epocale che richiede visione, pragmatismo e capacità di ascolto.
La transizione ecologica non è in discussione. Ridurre le emissioni e costruire un sistema industriale sostenibile è un dovere verso le nuove generazioni ed è una scelta strategica inevitabile per l’Europa. Il punto, però, non è se cambiare, ma come accompagnare il cambiamento.
Negli ultimi mesi, non a caso, la stessa Commissione europea ha avviato una riflessione sul percorso che dovrebbe portare allo stop ai motori endotermici nel 2035, aprendo alla possibilità di una revisione del quadro normativo e a una maggiore flessibilità tecnologica.
È un segnale importante. Perché significa riconoscere che la transizione industriale non può essere guidata da automatismi normativi, ma deve confrontarsi con la realtà produttiva.
Un ecosistema industriale costruito in oltre un secolo non può essere riconfigurato ignorando i costi energetici, i limiti tecnologici e soprattutto il valore delle persone che lavorano in questa filiera.
Il 2035 rischia così di trasformarsi da obiettivo ambientale a rigido vincolo industriale se non viene accompagnato da una visione pragmatica e da strumenti concreti per accompagnare imprese e lavoratori nella transizione. Non si tratta di difendere il passato. Si tratta di comprendere la complessità di un sistema che coinvolge migliaia di imprese fornitrici e milioni di lavoratori qualificati.
Leggi l’articolo integrale scritto dal Cav. Lav. Marco Bonometti.
