«Una società capitalistica libera può essere moralmente accettabile solo se la ricchezza privata diventa fraternità, opere di bene, benessere collettivo». Sono le parole del testamento morale di Gaetano Zambon, fondatore dell’azienda farmaceutica che l’u novembre ha celebrato 120 anni di storia. Parole che il Cav. Lav. Elena Zamon, presidente e terza generazione, cita sempre: «Questo sogno è stata la sfida continua a una definizione etica del nostro modo di lavorare. Puoi dedicarti con tale impegno solo se hai in mente che davanti a tutto c’è un paziente». E «se c’è sostenibilità economica, perché senza non staremmo in piedi».
In un mercato in flessione, Zambon ha «migliorato le quote di mercato», grazie alla nuova organizzazione focalizzata su due divisioni, le Core Therapies e le Innovative Therapies. I mercati principali restano Spagna e Italia, ma la Russia vale 65-70 milioni.
Tra i progetti: una nuova formulazione per il Parkinson in attesa di approvazione europea e due programmi nell’area respiratoria severa con potenziali di mercato da 35o a 700 milioni ciascuno.
«Se qualcuno mi chiedesse quali sono le caratteristiche di Zambon, direi: industria, innovazione e imprenditorialità. Il Covid ci ha ricordato che sulla salute non si può dipendere dagli altri Paesi. Per noi, avere un’anima industriale forte significa garantire continuità di fornitura dei farmaci e autonomia nei momenti di crisi. Il reparto è nato per essere una seconda fonte produttiva di un nostro farmaco innovativo in area respiratoria, oggi è già saturato da contratti con aziende internazionali. Produrre per terzi ha un vantaggio culturale: quando hai il cliente esterno, sei più attento ai ritmi», spiega il Cav. Lav. Zambon.
